Autonauti: l'incredibile viaggio attraverso l'Atlantico
- Andrea Lacava

- Jul 6, 2023
- 6 min read
Il viaggio come bisogno, il viaggio come sogno, il viaggio come promessa verso un padre. Questa è la storia di Marco, Fabio e Mauro Amoretti, del loro padre Giorgio e dell'amico Marco di Candia. Non è la storia di uno spostamento da un punto all'altro, ma è la storia di illusioni, battaglie e speranze di vita. Questa è la storia degli "Autonauti" e della loro epica traversata: 119 giorni in automobile attraverso l'Atlantico.

Il 4 maggio 1999, quattro ragazzi, una Ford Taunus del 1981 e una Volkswagen Passat del 1987, salparono da La Palma (isole Canarie), in direzione la Martinica. Senza motori, senza timone e con un oceano di mezzo. Alle spalle, come in molte altre storie di questo tipo, una vicenda famigliare incredibile. I fratelli Amoretti sono figli di Giorgio, un uomo fuori dagli schemi e grande viaggiatore. Capace all'età di 26 anni, nel 1958, di raggiungere l'Alaska in Lambretta e a 37 anni, nel 1967, di compiere la traversata del Sahara in paracadute, Giorgio Amoretti aveva in mente un grande sogno da realizzare: attraversare l'Atlantico in automobile. Così, nel 1978, tentò la grande impresa, salpando dalla Canarie a bordo di un Maggiolino riempito di polistirolo, ma venne immediatamente fermato dalla guardia costiera spagnola. Gettato nello sconforto, fu costretto a mettere da parte l'impresa per anni, ma come spesso accade la vita riserva degli imprevisti. Quando nell'autunno del 1998 gli venne diagnosticato un male incurabile - un tumore all'intestino con una speranza di vita di 3-4 mesi - i tre figli e Marco, caro amico di famiglia detto Marcolino, si misero a lavorare duramente per regalare a Giorgio il suo sogno: attraversare l'Atlantico a bordo di due “Auto-mare”, insieme a loro.

Tra la fine del 1998 e l'inizio del 1999, i preparativi per allestire le due "imbarcazioni" avanzarono velocemente. L'interno di entrambe le automobili, completamente svuotate dei sedili e rivestimenti, venne dotato di una struttura in tubi di alluminio saldati, atta a contenere due grandi bidoni a tenuta stagna, mentre un rivestimento in lamiera coprì l'intero telaio nella parte inferiore. Quattro motori fuoribordo, due per ogni auto-mare, posizionati su un apposito sostegno all'altezza del portellone, avrebbero garantito la spinta iniziale, mentre una volta allargo i paracaduti ascensionali o le vele, fissati sul tetto, avrebbero garantito il resto della propulsione (i paracaduti, spinti da un forte vento, avrebbero potuto far avanzare le due auto-mare a una velocità di crociera compresa tra i 30 e i 40 nodi). Sempre sul tetto, delle zattere gonfiabili avrebbero svolto la funzione di tende e riparo per l'equipaggio, mentre una serie di pannelli solari avrebbe alimentato i dispositivi di bordo. Infine, i bidoni a tenuta stagna sistemati all'interno delle auto vennero riempiti di tutto il necessario: viveri, acqua, telecamere, attrezzatura da pesca... il tutto catalogato per genere e peso.

Nel giro di pochi mesi le due auto-mare erano pronte per compiere l'impresa. Tuttavia, Giorgio Amoretti, ormai troppo debilitato dalla malattia, non era più nelle condizioni necessarie per affrontare la traversata. Impossibilitato a realizzare il sogno di una vita, affidò tutte le sue speranze ai figli. Così, il 4 maggio del 1999, all'alba di una calda giornata primaverile, le due auto-mare erano pronte per salpare dalle isole Canarie alla volta della Martinica.
Nel suo diario, Fabio Amoretti ricorda il giorno prima della partenza: "Quattro vite in fuga. Quattro ragazzi che con le loro mani e i loro pochi soldi vogliono costruirsi un'avventura nuova, pulita e sincera, fuori dagli schemi, fuori da abitudini e compromessi. Siamo qui, vivi, il sogno del papà sta per entrare a vele spiegate nel mondo reale, mentre noi tratteniamo a fatica l'inquietudine che ci scorre nelle vene".
Le auto proseguirono placidamente nell'oceano sospinte dai fuoribordo, almeno fino a quando si esaurì la benzina. Tutto era stato programmato: abbandonati i motori fuoribordo, era il momento di utilizzare i paracaduti ascensionali. Tuttavia, a causa del vento instabile e leggero dei primi giorni di navigazione, gli autonauti si videro costretti ad optare per paio di vele tradizionali.

Quello che sembrava un inizio a rilento si trasformò nel giro di poco tempo in un vero ostacolo alla riuscita del viaggio. Le correnti non erano favorevoli ai giovani e, dopo dieci giorni di navigazione, le due auto si trovavano a sole poche miglia dalle coste spagnole. Di fatto stavano girando in tondo. Il 14 maggio, mal di mare e il morale basso ebbero la meglio su Fabio e Mauro Amoretti, i quali decisero di gettare la spugna, lasciando così Marco e Marcolino soli al timone dei due mezzi (timone per modo di dire, perchè entrambe le auto ne erano sprovviste).
Dal diario di Fabio Amoretti, 12-13 maggio: "Questo mare non si ferma più" [...] "Ma quello che ci mortifica di più è il fatto che da quando siamo partiti non facciamo che girare in tondo, rimanendo ancora agganciati alle correnti disordinate dell'isola. Ogni mattina controlliamo sperando di non vederla più e invece è sempre lì." [...] "Queste immagini nella mente, sommate alla violenza continua dell'oceano, mi hanno fatto decidere e ho comunicato agli altri la mia intenzione di tornare a terra".

Marco e Marco non mollano e continuano nel loro viaggio, affrontando giorno dopo giorno le avversità di un'impresa così grande. Nonostante un silenzio radio durato quaranta giorni a causa di un malfunzionamento al telefono satellitare Imarsat, la loro traversata procede bene, tra avvistamenti di balene e tentativi di pesca. Entrambi scrivono molto sui loro diari. Dal Diario di Marco Amoretti, 4 luglio: "Ho iniziato piangendo come un bambino questa giornata, la cui data segna la fine del secondo e l'inizio del terzo mese di navigazione di questo pazzo viaggio." [...] "Sembra incredibile, ma prendo il punto con il GPS e confrontandolo sulla nostra mappa atlantica, a giorni ormai dovremmo trovarci a metà del viaggio, a metà tra due grandi continenti: l'Africa e l'America."
Nel frattempo, il 28 maggio, Giorgio Amoretti venne a mancare a causa della malattia, e quando il 5 luglio l’Imarsat riprende a funzionare, Serenella Vianello (madre di Marco e Mauro, seconda compagna di Giorgio) decise di non dire nulla a Marco, temendo che la notizia potesse causargli un duro colpo psicologico. Nel frattempo, le auto-mare si rivelarono dei mezzi relativamente sicuri. Il 17 agosto, in pieno Atlantico, Amoretti e De Candia si trovarono sulla rotta della petroliera Chevron Atlantic, il cui comandante, un triestino, si dimostrò generoso tanto da lanciare in mare numerose provviste per i due autonauti.

Sono trascorsi 108 giorno di navigazione in mare aperto e l’avvistamento della nave faceva intuire che la terra fosse vicina. Fabio, Mauro e Serenella erano giunti nelle Antille per organizzare l’arrivo delle auto, accompagnati dai giornalisti increduli. Durante una comunicazione radio, il 21 agosto, Serenella decise di rivelare a Marco la morte del padre, per evitare al ragazzo una terribile delusione una volta a terra. Amoretti usò queste parole nel suo diario: "Dovevo aspettarmelo... Ma sentirselo dire... così cruda è la realtà! Non ti lascia possibilità e speranze. Una fitta mi ha penetrato il petto, il sangue pulsava lungo tutto il corpo".
Ma la meta di questa impresa era proprio lì, mancavano solo pochi giorni per raggiungerla. La terra, l'America. Era il 30 agosto, così Marco Amoretti scrisse dell'avvistamento dell'Isola della Martinica: "Terra! Ecco, ci siamo. Qui nel mare, ad affacciarci sul tetto a destra e a sinistra... sopra no! Sopra non riesco a vedere niente con quelle cavolo di vele davanti, davanti per tutto il viaggio, davanti, sempre lì, fino a ridursi quasi a brandelli. Scocciato perchè è lì, e lì, deve essere lì... e poi non è lì! Contento perchè.... ORA C'È DAVVERO!" E ancora, questa volta il 31 agosto, dopo quella che sarebbe stata la loro ultima notte in mare: "Sono stanco, stanco stanco... e mi sdraio! Devo scrivere qualcosa di questa giornata che ci ha portato la terra delle isole Antille... La terra promessa, sperata, sognata. La terra dell'isola che non c'è... che non c'era... e che ora c'è!"
Urlo liberatorio per Marco Amoretti e Marco di Candia. Urlo liberatorio dopo 119 giorni di traversata dell'oceano.
Fonti e approfondimento:
Per la scrittura di questo articolo e per un eventuale approfondimento:
- Automare Amoretti, Traversata dell'Oceano Atlantico in Automobile, Fosdinovo, 2015, disponile sul sito: i Progetto Libro – ARTNAUTS (autonauti.it)
- M. Amoretti, Inseguendo un sogno nell'Oceano. 119 giorni in automobile attraverso l'Atlantico, Fosdinovo, 2013, disponile sul sito: i Progetto Libro – ARTNAUTS (autonauti.it)



















Comments